sabato, agosto 25, 2007

Riflessioni tristi ed amare sull'utilità dello sciopero degli avvocati.


Con malcelato orgoglio e qualche nota di trionfalismo (che pare non guastare mai), commentavo in questi giorni, con un caro amico (estraneo all'ambiente forense) la nobile scelta di noi avvocati penalisti, che scioperiamo dal 16 al 21 Luglio, nonché l'agitazione dell'OUA dal 17 al 19 Luglio.

E' bastata una lapidaria osservazione del mio interlocutore, per mandare in crisi le mie certezze (o pseudo tali) e riportarmi pesantemente con i piedi per terra.

Mi è stato, infatti, eccepito che si tratta di uno sciopero inutile e sterile (visto che il Parlamento ha già deciso in ordine alla legislazione concernente l'ordinamento giudiziario e che non muterà certo rientamento), che si tratta di uno sciopero di facciata (è opinione diffusa, quella – peraltro insipientemente fatta propria dal Ministro Bersani l'anno scorso – che gli avvocati chiusi nei loro studi guadagnino di più) o che, al massimo, si tratta di una ghiotta occasione per gli avvocati di anticipare le ferie.

A nulla, dunque, sono valse le mie indignate proteste, tese a dimostrare che lo sciopero (o meglio l'astensione dalle udienze) comporta una perdita economica che in un periodo dell'anno come questo è particolarmente rilevante, atteso che, oltre alla spese correnti (dipendenti, locazioni, utenze, etc.), si aggiungono l'IRPEF, l'IVA mensile, la Cassa Forense et similia.

Queste mie osservazioni sono state, infatti, illico et immediate vanificate e si sono, pertanto, liquefatte, come neve al sole, al solo cospetto della ferma e chiara dimostrazione della difficoltà per gli utenti di capir esattamente chi siamo, dove andiamo e, sopratutto, cosa vogliamo.

Ed allora, non potendo non tenere in conto osservazioni del genere, è stato gioco forza tentare un serio bilancio dell'uso dello strumento dell'astensione dalle udienze, reiteratamente invocato ed applicato in epoca recente.

Credo che, oggettivamente, balzi all'occhio la considerazione che i risultati ottenuti, con tale forma di agitazione, siano stati assolutamente inadeguati alla mole dgli sforzi svolti, perché a ben guardare, non abbiamo ottenuto concretamente nulla di significativo.

L'anno scorso, addirittura, si è giunti al parrossismo che il Ministro Bersani, che ha ricevuto più volte i taxisti, che ha dialogato con i farmacisti ha, però, fermamente negato ogni possibilità di colloqui con i reietti avvocati.

Verrebbe facile da domandare a quei giovani leoni che l'anno scorso plaudivano (in ottima fede, ma con toni enfatici) alle liberalizzazioni (sopratutto forensi e tariffarie), se in forza delle stesse, possano affermare onestamente di avere goduto di quelle tanto vaticinate opportunità professionali che richiedevano o se, in realtà, si sia trattata di null'altro che pura e vuota demagogia di bassa lega da parte di un governo che dimostra oggettivamente di odiare gli avvocati.

Ed allora dobbiamo fare un'evidente autocritica e domandarci quali siano stati gli errori metodologici commessi?

1 - Un gravissimo deficit di comunicazione al pubblico.

Abbiamo preferito apparire come carbonari, senza rivendicare l'orgoglio e la fondatezza fattuale e giuridica delle nostre posizioni.

Abbiamo preferito assumere i tanti magnificati bassi profili, che sono certamente politicamente corretti, ma che non servono altro che a farsi impallinare dal cecchino in mezzo al guado.

Le varie organizzazioni di categoria e sindacali non hanno mai preso una iniziativa forte di comunicazione al pubblico, cioé a coloro che per primi avrebbero dovuto essere posti al corrente dei motivi del c.d. sciopero.

Una pagina su un giornale (la comprano società di infortunistica stradale), uno spot sulle radio e TV, una presenza a trasmissioni radiotelevisive che non appaia improntata al ruolo di convitati di pietra: queste sono le strade concrete.

Va ricordato, proprio su questo punto, che le presenze in Tv o radio di dirigenti di organizzazioni associative (UCPI od OUA) sono state abilmente circoscritte dai vari giornalisti democratici conduttori i programmi a mere umilianti “comparsate”.

Nel contesto di trasmissioni della durata di due o tre ore [di vuote chiacchere], sono stati concessi ai nostri rappresentanti (che, invece, avrebbero dovuto andarsene protestando molto prima senza attendere le briciole concesse) soli pochi secondi sfumati sui titoli di coda.

Abbiamo accettato, quindi, un'elemosina mediatica, dimostrandoci debolissimi e fornendo un'immagine perdente.

2 - L'abuso dello strumento dell'astensione dalle udienze.

Si tratta di una forma di contestazione di difficile comprensione da parte degli utenti ed al contempo di facile strumentalizzazione da parte dei detrattori, in primis i magistrati, in secundis il partito degli antiavvocati.

Essa è risultata sterile perché – come detto – si deve ammettere che i risultati ottenuti sono indubbiamente minimi rispetto all'impregno profuso.

Giovi dire, quindi, che, paradossalmente, coloro che traggono un maggior vantaggio dagli scioperi attuali sono proprio coloro che più di ogni altro avversano l'iniziativa e la biasimano, cioè i magistrati ed altri operatori del diritto.

Questa categoria, in principalità, infatti, utilizza i periodi di sospensione delle udienza, chi per smaltire l'arretrato, chi per trattare i fascicoli lasciati da parte, chi per scrivere sentenze, i cui termini di deposito magari sono già scaduti, etc. .

In pratica, dunque, la protesta degli avvocati è sovente (per non dire sempre) inattesa panacea per chi, invece, sul piano formale (solo formale) depreca simile atteggiamento e lo connota, ipocritamente, quale principale atto di dissesto della giustizia italiana.

Giovi poi osservare amaramente, inoltre, una ulteriore verità assoluta e cioè che lo sciopero (o meglio la proclamazione di uno sciopero) presenta ben diverso peso specifico a seconda della parte che minacci l'astensione.

E' stata, infatti, sufficiente la dichiarazione dell'ANM di voler scioperare il 20.07, per convincere il coraggiosissimo Parlamento a legiferare nel senso gradito alla magistratura.

I nostri scioperi sono rimasti inascoltati e l'espulsione della categoria dai ruoli di controllo dei Consigli giudiziari ne è sintomatica e significativa manifestazione.

3 – La mancanza di una strategia di fondo che produca opzioni e forme di protesta alternative all'astensione delle udienze.

Penso a forme di applicazione rigida e rigorosa di norme processuali sia civili che penali, le quali, se effettivamente osservate, comporterebbero evidenti rallentamenti nell'iter di sviluppo dei procedimenti di cognizione.

Non dimentichiamoci, infatti, che sistematicamente (spesso e volentieri) i magistrati chiedono agli avvocati penalisti di manifestare la loro collaborazione, accedendo a soluzioni quali la manutenzione degli atti compiuti da altro giudice, in caso di mutamento del giudicante, l'accettazione di orari assurdi per la celebrazione di processi solo per segnalare gli esempi penalistici di maggiore rilievo.

Credo, però, che anche i colleghi civilisti potrebbero indicare altri pregnanti esempi, il primo dei quali è quello per cui le udienze di istruzione probatoria vengono delegate, [spesso parrebbe immotivatamente], dal G.I. ai G.O.T., con buon pace del principio per il quale il giudice dovrebbe essere il dominus completo del processo.

Il secondo sempre in tema è quella per cui mi si dice che spesso le prove sono svolte direttamente dagli avvocati, senza la presenza fisica del giudice, il quale prende atto dello svolgimento delle stesse.

E qui si innesta un ulteriore irrisolto problema: quello della presenza degli avvocati in Parlamento.

Non voglio entrare in polemiche politico – partitocratiche, del tutto inutili ed a me estranee.

Ciò che mi domando è come persone che prima di essere politici hanno svolto la professione forense, che, dunque, si presume conoscano i problemi del pianeta giustizia, possano:

1. accettare un programma politico squilibratamente attestato su posizioni favorevoli smaccatamente ad un potere dello stato;

2. votare norme che ghettizzano l'avvocatura e che liberano la magistratura dal fastidioso lacciuolo dato dal seppur minimo controllo che veniva svolto all'interno di un organo composto come quello dei Consigli giudiziari.

Questa è una scelta inaccettabile, che viola l'essenza della funzione di salvaguardia cui deve tendere la classe forense.

I soliti soloni parleranno di visione corporativa e ricorreranno ad altre amenità che, invece, ci si gyarda bene dall'invocare quando ex magistrati come Finocchiaro, Di Pietro o D'Ambrosio, intervengono a tutela delle posizioni dei loro ex colleghi.

Nel nostro paese, però, si fa l'abitudine a tutto e, quindi, dopo qualche giorni di sfoghi anche duri, tutto è andato nel dimenticatoio: i giudici rimangono intangibili nella loro torre d'avorio ed al riparo da quelle pericolose contaminazioni che il controllo, che gli avvocati avrebbero pouto svolgere, avrebbe potuto comportare.

Ci si abitua, dunque anche alla stranezza che senatori a vita votino, taluni probabilmente senza conoscere neppure de relata il problema (il solo Sen. Scalfaro ha sempre orgogliosamente rivendicato la sua militanza di PM) una riforma inammissibile, ma non ci si può e non ci si deve abituare a quella vacue giustificazioni di inerzia che possono essere accampata dagli avvocati.

Siamo una categoria che si incendia e poi si assopisce, che non incide e non ha alcun peso specifico.

E' veramente comico ed irreale chi parla, sulle pagine dei giornali di potente lobby degli avvocati; ma se contiamo meno di qualsiasi altra categoria lavorativa (taxisti docet!).

Non possiamo continuare ad agonizzare in questo modo.

I Colleghi che hanno ritenuto di assumere incarichi di rappresentanza devono essere strumenti per un nuovo concreto rinascimento, per un vero colpo di reni, che deve suscitare il recupero dell'orgoglio da parte della categoria.

E' vero che ricette che risolvano i problemi d'acchito non esistono, ma è ora di scendere nel concreto.

Se anche questa opportunità verrà lasciata seccare – come una pianta non annaffiata – allora si dovrà concludere tristemente che ha, purtroppo, ragione il mio amico, la colpa è sempre e sarà sempre e comunque dell'avvocato, ma voglia Dio che non sia così.

Avv. Carlo Alberto Zaina

tratto dal sito www.altalex.com